Shaper or Shepherd?

Dopo aver rifatto l’antisdrucciolo alle tavole, potevamo forse esimerci dal provare a fare qualche riparazione un po’ più “pesante” delle classiche patacchine di stucco epossidico appiccicate di volta in volta direttamente sulla spiaggia?
Certo che no! Ed eccoci quindi attrezzati con mola, carta vetrata e vetroresina pronti a bucherellare le nostre tavole e poi a grattarsi le braccia tutta la sera!

Descriverò qui solo la riparazione relativa alla tavola del Lucano©, dato che le due o tre piccole escoriazioni della mia non erano niente di eccezionale…

La tavola del Lucano© ha finora avuto la brutta abitudine di rompersi la prua in seguito a semplici sfioramenti dell’albero su quest’ultima (leggi “catapulte”…), abitudine che la ha portata ad avere la prua un po’ molliccia e tutta crepata.
Già Pietro l’aveva una volta praticamente ricostruita con lo stucco, ma la riparazione non era durata a lungo; le circostanze richiedevano senz’altro l’intervento di uno shaper, o perchè no, meglio due!

Dopo una rapida trasformazione che ci ha resi gli shaper più famosi di… uhm… di tutto il condominio, abbiamo attaccato la tavola e ci siamo resi conto, aprendola, che la prua era già stata rifatta in precedenza, ed inoltre era piena di umidità. Decidiamo ad un tratto che la forma della tavola è un po’ troppo vecchio stile, troppo a punta… molto meglio le tavole attuali, col loro bel naso tozzo! Via allora col seghetto, e via dieci centimetri buoni di tavola!

a che serve questa punta? via!

Una volta mozzata la prua abbiamo ricostruito il pezzo mancante utilizzando un pezzo di normalissimo polistirolo da imballo, di quello un po’ più compatto, tenuto fermo con un paio di graffette di fil di ferro e sagomato con la lama del seghetto e la carta-vetro.

Sul polistirolo abbiamo aggiunto un primo starto di vetroresina, che poi però abbiamo carteggiato troppo a fondo, rendendo necessario aggiungerne un altro. Tantopiù che nella parte inferiore ci erano sfuggite anche delle bolle d’aria che sicuramente ne avrebbero inficiato la resistenza.
Il secondo strato lo facciamo aderire meglio alla tavola con l’ausilio di un foglio di cellophane, sul quale la resina non aderisce, però qualcosa va storto, probabilmente c’era qualche residuo di diluente nel pennello o nel misurino; fatto sta che la resina non catalizza bene, e siamo costretti a rimuoverla tutta e rifare da capo.

il secondo tentativo va a buon fine, e grazie al cellophane otteniamo una superficie liscia come il vetro (appunto).

vetro?

Dopo aver passato un po’ di carta vetrata sempre più fine, per levigare le asperità e raccordare il nuovo con il vecchio, siamo passati alla verniciatura. Niente di esagerato, giusto un paio di bombolette, ma con un certo stile…
Il risultato finale non sarà il massimo della tecnica, però fa la sua porca figura, e c’è anche il caso che funzioni!

finita!

Col senno di poi, e con l’esperienza maturata, avremmo probabilmente usato del poliuretano spray per riempire le varie discrepanze tra il polistirolo aggiunto e quello originale.
Non credo che avremmo comunque aggiunto lo strato di schiuma di PVC tra polistirolo e resina, dato che la prua non è una parte facilmente calpestabile.

Qui c’è una galleria completa della lavorazione, in alcune foto si vede anche la mia tavola sullo sfondo, con le sue tre toppettine in vetroresina, ma niente di eclatante…

Se qualcuno (Manrico?) avesse delle tavole un po’ distrutte e volesse rischiare di farle riparare a noi, ci possiamo mettere d’accordo… non garantiamo nulla però, eh? 😀

Diventeremo degli shaper? o forse più probabilmente degli shepherd? scopritelo con noi, su Rieducational Channel!

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